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Introduzione: Il Conflitto Eterno tra l’Entusiasmo e la Coscienza
Nel frastuono della vita moderna, tutti ci troviamo prima o poi davanti alla stessa domanda silenziosa: la nostra fretta di esprimerci, di dimostrare chi siamo, di renderci visibili, ci appartiene davvero? Questa fretta lascia spesso dentro di noi un grande tumulto e una falsa sensazione di vitalità — quello stato di entusiasmo rumoroso, effimero, plasmato dagli stimoli esterni, che gli insegnamenti antichi chiamano «vanagloria».
La verità, invece, si trova esattamente all’opposto: è una vigilanza silenziosa, profonda, immutabile, che vede ogni cosa così com’è. La vanagloria è effimera, superficiale, arriva col vento e col vento se ne va; la verità è invece una realtà permanente, còlta nel nucleo stesso dell’essere attraverso un’espansione verticale della coscienza. In questo articolo, seguendo le tracce della scuola di Gurdjieff-Ouspensky, di Eckhart Tolle, di Ergün Arıkdal e della concezione sufi del tawhid, scopriremo insieme da dove nasce la vanagloria, con quali volti si presenta oggi, e come possiamo risvegliarci — liberandoci da questa illusione — al silenzio dignitoso della verità. In breve: la vanagloria è la bella menzogna che raccontiamo a noi stessi; la verità è ciò che resta quando quella menzogna tace.

La Falsa Personalità: Come Nasce la Vanagloria?
Secondo la scuola di Gurdjieff-Ouspensky, la più grande illusione dell’essere umano è credersi un «tutto» unico, continuo e dotato di volontà propria [1]. In realtà il quadro è molto più frammentato: l’uomo comune è in verità una molteplicità; nella sua mente, nelle sue emozioni, nel suo corpo vivono innumerevoli piccoli «io» che mutano di continuo e non si riconoscono l’uno con l’altro [2]. Il fatto che la persona, nonostante questo caos interiore, si attribuisca un’immaginaria unità, cadendo nell’illusione «io agisco, sono io a decidere», è interamente un prodotto della fantasia [3]. La vanagloria entra in scena proprio a questo punto, come riflesso difensivo di questa unità immaginaria.
Maurice Nicoll, nella sua opera Commenti Psicologici sull’Insegnamento di Gurdjieff e Ouspensky (orig. tur. Gurdjieff ve Ouspensky Öğretisi Üstüne Psikolojik Yorumlar), riassume questo concetto con un’osservazione folgorante: ogni essere umano, nel corso della vita, in qualche modo «si inventa» [4]. Questa invenzione fittizia si chiama Falsa Personalità (False Personality) — una struttura fatta interamente di un’immagine, di un «sembrare di fare» e di maschere plasmate sulle aspettative del mondo esterno [5][6]. Nicoll racconta di una donna di servizio che si vanta dei suoi nobili antenati, o di un intellettuale che si inorgoglisce del proprio sapere — entrambi provengono dalla stessa radice, entrambi sono esempi di vanagloria, sforzi della Falsa Personalità per autoalimentarsi [7].
Oggi questa frenesia di «autoinventarsi» vive forse il suo apice nella vetrina scintillante dei social media: costruiamo personalità digitali fittizie e corriamo senza sosta dietro a elogi, approvazioni e riconoscimenti [8]. George Ivanovich Gurdjieff chiama «Kundalini» la forza ipnotica che tiene l’umanità in questo sonno, impedendole di vedere il proprio vero stato [9] — l’essere umano sotto questa ipnosi vive in un mondo di fantasia in cui, pur essendo in realtà una pecora, si crede un leone o un’aquila [10].
Le due armi più potenti nelle mani della Falsa Personalità sono i «tamponi» (buffers) e la propria autogiustificazione [11]. I tamponi sono spesse mura innalzate tra le credenze e i comportamenti contraddittori della mente [12]; grazie a questi muri la persona non vede le enormi incoerenze dentro di sé, e conserva in ogni circostanza l’illusione «io ho sempre ragione» [13]. Come dice Nicoll, «è la vanità di sé stessi a giustificare il nostro comportamento meccanico e a impedirci di vedere che siamo macchine» [14]. Ecco: la vanagloria è proprio la voce rumorosa e presuntuosa con cui questa vanità di sé si manifesta all’esterno.
I Drammi dell’Ego e la Vanagloria: Tempeste che si Scatenano per Aver Ragione
Il maestro spirituale contemporaneo Eckhart Tolle, nei suoi libri Il Potere di Adesso e Un Nuovo Mondo, descrive con grande chiarezza questa profonda disfunzione dell’ego. Secondo Tolle, l’ego è un falso senso di sé, nato dal confondere la parola «io» con un’immagine mentale — con forme esteriori come il possesso, il sapere, lo status sociale, i sistemi di credenze [15]. Poiché vive in un costante senso di insufficienza e minaccia, ha bisogno di essere difeso e nutrito senza sosta [16]. La vanagloria è il metodo più rumoroso a cui l’ego ricorre per saziare questa fame.
Il nutrimento preferito dell’ego è il desiderio di «avere ragione» e di far sì che l’altro «abbia torto» [17] — Tolle afferma che questa è una forma nascosta di violenza, generata da una profonda incoscienza [18]. Con le sue stesse parole: «Una volta che avete smesso di identificarvi con la vostra mente, avere ragione o torto non fa più alcuna differenza per il vostro senso di identità… A quel punto il vostro senso di identità non deriva più dalla mente, ma da un luogo più profondo e reale dentro di voi» [19].
L’ambizione di aver ragione produce inevitabilmente drammi [20]. La mente egoica percepisce la vita come un universo ostile, ed entra in una continua lotta di potere con le altre menti egoiche [21]: «quando due o più ego si incontrano, ne nasce un dramma di un tipo o dell’altro» [22]. La vanagloria sul piano sociale e culturale odierno non è altro, in fondo, che il trasferimento di questi drammi egoici sulla scena collettiva [23]. L’ego che si identifica eccessivamente con identità nazionaliste, politiche o religiose si nasconde dietro slogan chiassosi e difese vanagloriose, per dimostrare la propria falsa grandezza e reprimere la paura di insufficienza che porta dentro di sé [24]. La verità, invece, non ha bisogno di essere difesa: perché tutto ciò che è reale è prova di sé stesso [25].
L’Emotività e la Vanagloria: «L’Uomo Emotivo Non Può Essere Libero»
Il maestro Ergün Arıkdal, uno dei pionieri del neo-spiritualismo in Turchia, sostiene — nelle sue opere La Chiave della Libertà: Conoscere Sé Stessi (orig. tur. Özgürlüğün Anahtarı: Kendini Bilmek) e Lo Scopo della Vita: Vita Positiva (orig. tur. Hayatın Hedefi: Pozitif Yaşam) — che uno dei più grandi ostacoli allo sviluppo spirituale è l’«emotività»: cioè lo sfruttamento dei sentimenti e le emozioni incontrollate. Con la sua affermazione folgorante: «L’emotività è un verme dannoso che rode il nostro corpo spirituale» [26]. E la vanagloria, molto spesso, cavalca proprio questo verme, spacciandosi per entusiasmo o slancio.
Molti di noi vanno fieri dei propri eccessi emotivi, del pianto e dei lamenti, o delle proprie «fantasticherie poetiche», credendo che si tratti di un’elevata spiritualità [27]. Ma secondo Arıkdal questa condizione è una schiavitù priva di coscienza: «Avere il cuore spezzato, gli occhi in lacrime, coltivare fantasticherie poetiche non è sensibilità… L’essere umano mostra sviluppo di coscienza e crescita spirituale attraverso un comportamento razionale e valutazioni oggettive» [28]. Come si legge in Vita Positiva, in modo breve e netto: «L’uomo emotivo non può essere libero» [29].
L’uomo emotivo non è legato alla propria ragione, alla propria intelligenza superiore, bensì ai propri istinti, ai propri desideri e agli stimoli meccanici che giungono dall’esterno [30]. Non è un agente attivo, ma una macchina che si limita a reagire agli stimoli esterni [31] — «è quasi impossibile che l’uomo emotivo possa esercitare la propria libertà di scelta» [32]. Ed è esattamente qui che la vanagloria entra in scena, come l’incitatore più diffuso di questa schiavitù emotiva: ci esaltiamo per discorsi vanagloriosi che non sono passati al vaglio della ragione e della coscienza, ci riempiamo di collere passeggere o cadiamo in una grande tristezza. Tutto ciò non è altro che uno spreco dell’energia della coscienza, una degenerazione del potenziale spirituale [33].
L’evoluzione spirituale non consiste nell’annientare l’emotività, bensì nel tenerla sotto controllo sostenendola con la ragione, e nel condurla verso la realtà dell’Unità (Wahdat) [34].
La Profondità del Sufismo: l’«Ana al-Haqq» di Mansur e l’«Ana Rabbukum al-A’là» del Faraone
È forse il Sufismo a raccontare nel modo più folgorante questa distinzione tra vanagloria e verità, attraverso i gradi del nafs e la comprensione del tawhid. Il gradino più basso del nafs, il «nafs al-ammara» (l’anima che comanda al male), è il centro dell’ego e degli entusiasmi vanagloriosi [35]; finché la persona si crede un’entità indipendente, un centro di potere autonomo che fa tutto con la propria forza, non può uscire da questa oscurità [36].
Il grande mistico Muhyiddin Ibn ‘Arabi racconta l’unità dell’essere — la Wahdat al-Wujud — nelle sue opere Lubb al-Lubb (L’Essenza dell’Essenza) (orig. tur. Lübb’ül-Lübb, Özün Özü) e Fusus al-Hikam. Secondo lui, ciò che esiste realmente è soltanto Dio; ogni cosa creata è un riflesso dei Suoi nomi e attributi [37]. Il più grande errore del servo è vedere in sé stesso un’esistenza autonoma: «L’esistenza che credi essere la tua non è tua. L’esistenza è l’esistenza di Dio, non esiste altra esistenza» [38].
Seguace di Ibn ‘Arabi, il maestro melamita Sayyid Muhammad Nur al-Arabi afferma che uno dei più grandi pericoli lungo il cammino dello sviluppo spirituale (sayr wa suluk) è la possibilità che il servo «costruisca» (takwin) il Vero secondo la propria mente [39]. Il takwin è l’atto per cui il servo scambia le proprie fantasie mentali, le proprie illusioni, i propri desideri egoici per «verità divina», creando così un dio nella propria testa [40] — questo è forse il punto estremo della vanagloria spirituale. L’essere umano si inganna scambiando l’entusiasmo e le fantasie prodotte dal proprio nafs per autentiche manifestazioni divine [41].
Questa linea sottile e tagliente tra vanagloria e verità, nel Sufismo, è simboleggiata dalla differenza tra le affermazioni di al-Hallaj e quelle del Faraone. Secondo le fonti melamite, quando Mansur eliminò la propria volontà parziale (juz’i ihtiyar, la volontà egoica) e si inebriò del vino dell’unità, la sua personalità si dissolse del tutto (raggiunse la fana) e dalla sua bocca, senza alcuna volontà propria, scaturì il grido «Ana al-Haqq» — «Io sono il Vero» [42]. Questo grido non è un’affermazione egoica, ma la verità assoluta stessa, ed è stato per Mansur una grazia [43].
Il Faraone, al contrario, con la propria egoità, la propria superbia e la propria vanagloria mondana, disse «Ana Rabbukum al-A’là» — «Io sono il vostro signore, l’altissimo» [44]. Mentre l’«Ana al-Haqq» di Mansur è il risveglio silenzioso della verità, l’affermazione del Faraone è la vanagloria e la maledizione stesse [45].
Le Vie per il Superamento: Verso la Coscienza Morale Ragionevole e la Stazione del Nulla
La vanagloria è un sonno; risvegliarsi da esso e raggiungere la quiete della verità non è un cammino facile, richiede una dura lotta interiore e uno sforzo cosciente. Ma le fonti antiche ci indicano anche vie concrete e praticabili:
- L’Auto-osservazione Non Critica e la Non-identificazione: come afferma George Ivanovich Gurdjieff, il primo passo del risveglio è osservare onestamente la nostra meccanicità, i nostri «io» contraddittori interiori e la Falsa Personalità [46]. È essenziale non reagire immediatamente agli stimoli che provengono dal mondo esterno, ma fare interiormente un passo indietro rispetto ad essi [47]. Con le parole di Eckhart Tolle, prendere le distanze dalla mente e dai pensieri e diventare la coscienza testimone che osserva (la Presenza) dissolve rapidamente l’ego [48].
- Sentire il Proprio Nulla: l’essere umano deve comprendere profondamente di non poter fare nulla da solo, di essere semplicemente una macchina, e che in sé non esiste un «Io» permanente [49]. Come dice Maurice Nicoll, «il senso di impotenza e di nullità che nasce dal comprendere di essere una macchina non ha nulla a che vedere con le emozioni negative… dietro questo sentimento si nasconde la pace» [50]. Questa consapevolezza del nulla abbatte i giganti della superbia e dell’orgoglio e rende passiva la Falsa Personalità [51] — ed è esattamente qui che si apre la porta verso la Stazione dell’Accettazione (Rıza).
- Mettere in Moto la Coscienza Morale Ragionevole: il maestro Ergün Arıkdal afferma che la via per superare le ondate di emotività del nafs è la «Coscienza Morale Ragionevole» [52]: l’uso della coscienza morale sostenuto dalla ragione e dalla conoscenza oggettiva [53]. In questo modo l’essere umano può agire non con entusiasmi vanagloriosi momentanei, ma con calma, giustizia, rispetto e senso del dovere [54]. «Questa non è più l’epoca in cui si agisce a caso, mossi dall’emotività; è l’epoca in cui si agisce con la conoscenza» [55] — e questo richiede una pazienza tenace che si estende nel tempo. La vanagloria arriva facile, la pazienza è difficile — ma ciò che dura è sempre la seconda.
- Il Maestro Perfetto (Murshid-i Kamil) e la Guida: mentre osserviamo noi stessi, la nostra tendenza a ingannarci tramite l’autogiustificazione e i tamponi è molto forte [56]. Per questo abbiamo bisogno dello specchio di una guida oggettiva (il Murshid-i Kamil, il Maestro Perfetto) e del sostegno di una comunità cosciente e risvegliata [57]. Il maestro solleva il velo della dualità nell’illusione del salik e i veli di oscurità nel suo nafs, mostrandogli la verità [58].
Conclusione: Dalla Fana (Estinzione) dell’Entusiasmo Vano alla Baqa (Permanenza) della Verità
La vanagloria è un sogno rumoroso, colorato e ingannevole che l’anima umana sogna nel proprio sonno — un disperato gioco di illusioni che l’ego mette in scena per farsi confermare la propria esistenza e per colmare il vuoto che porta dentro [59]. Ma questo gioco, presto o tardi, produce ancora più dolore, dramma e confusione [60]. E il dolore è già di per sé un fuoco in cui l’ego brucia lentamente fino a ridursi in cenere; alla fine costringe l’essere umano ad abbandonare il falso [61].
La verità, invece, purificata da tutte queste pretese rumorose, da queste maschere false, da questi ruoli artificiali, è l’ordine cosmico stesso, silenzioso e permanente [62]. Quando l’essere umano si toglie di dosso e getta via quel cappotto pesante e ornato della Falsa Personalità, scopre l’autentica invulnerabilità del proprio essere essenziale [63]. Questo risveglio inizia con la consapevolezza del proprio nulla e del proprio vero posto all’interno dell’unità cosmica [64].
Non dimentichiamolo: «Le menzogne uccidono l’Essenza» [65]. Le rappresentazioni immaginarie che costruiamo su noi stessi, le pretese vanagloriose, sono veleni che arrestano lo sviluppo spirituale [66]. Il potere autentico non risiede negli exploit vistosi e rumorosi, ma nel silenzio dignitoso della coscienza, nel sussurro giusto della coscienza morale, nel vino della verità bevuto dalla mano di un maestro [67]. Quando ci liberiamo dallo svanire negli entusiasmi effimeri della vanagloria e ci risvegliamo alla baqa infinita della verità, diventiamo parte della coscienza eterna filtrata dall’ordine cosmico e dalle luci divine [68].
Note e Riferimenti Bibliografici — 68 fonti (clicca per espandere)
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